Ogni goccia di rugiada nella quale si rifletta il sole brilla in un gioco infinito di colori, ma il sole spirituale dovrebbe generare un solo colore, e cioè il colore ufficiale, senza tenere conto dei tanti individui, dei tanti oggetti nei quali l'uomo si riflette. La forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e la legge fa dell'ombra l'unica espressione che le corrisponde:dovrebbe andar vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n'è alcuno che sia nero.

Chi siamo


Utente: bluebranch1983
Nome: Collettivo Spartaco Santa Maria Capua Vetere
Banda di fratelli, compagni, amici che ha scelto di passare all'azione. Consapevoli di essere spesso dalla parte del torto.


Cosa amiamo


La vita, la politica, la passione che muove gli animi, l'azione, la concretezza, la conoscenza, l'essere diretti, chi non accetta compromessi, chi combatte, chi cade ma sa rialzarsi, chi non china il capo, chi resta fermo sulle sue posizioni, chi è bandiera ma non bandieruola. Chi ci ispira: Ho Chi Minh, Mao, Marx, Lenin, Maradona, Mike Tyson, Mohammad Alì, Nelson Mandela, Giap, Carlo Santagata, Robin Hood, Bruscolotti, Spartaco, Sean Mallory.


Cosa odiamo


Borghesi, benpensanti, moralisti, doppiogiochisti, democratici per convenienza, fascisti, reazionari vari, conformisti, conformisti di sinistra, freakkettoni, perdenti cannaioli, chi non combatte, gli ignavi, chi non si schiera, chi crede che esista l'obiettività, chi crede che tutto debba essere mercato, chi è bandieruola ma non bandiera,


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Ascoltiamo tutta la musica suonata con attitudine e passione. La plastica si scioglie, le idee no


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NON NASCONDETE IL LAVORATORE! * mercoledì, 25 novembre 2009 *



Articolo apparso su www.repubblica.it a firma di Luciano Gallino, sociologo del lavoro e collaboratore del quotidiano romano.


LA CLASSE INVISIBILE ALLA RICERCA DI UNA VOCE

Le immagini degli operai che salgono su ciminiere alte 170 metri per restarci intere giornate, o su una gru, oppure occupano una fabbrica che ha annunciato il loro licenziamento, sono scorci di una realtà ignota ai più, frammenti che si intravvedono per un istante attraverso una finestra che viene subito richiusa. Sono immagini d’una condizione di vita e di lavoro che sebbene coinvolga ancor oggi milioni di persone è virtualmente ignota a tutto il resto della società. Scatti fotografici d’una classe sociale che resta altrimenti invisibile. Aver reso socialmente invisibile il lavoro degli operai come insieme, come classe sociale, è uno dei tristi successi della società italiana degli ultimi decenni. Al presente, per gli uomini politici, compresi molti di sinistra, parlare degli operai come classe sembra un frusto ritornello, un indugiare su un passato irrecuperabile. Perfino a molti sindacalisti non sembra un argomento su cui insistere; temono, a volte con ragione, di non essere più votati. Da parte loro le scienze economiche e sociali si sono impegnate soprattutto a scrutare l’avvento del post-industriale, o meglio della società della conoscenza, quel luogo radioso dove più nessuno si sporca le mani nè si rompe la schiena dalla fatica perché tutte le merci sono prodotte dalle macchine. Oppure da qualcuno in Cina o in India che anche se guadagna quattro euro al giorno e lavora settanta ore la settimana deve dir grazie, perché prima – ci assicurano – stava peggio. Pure ai narratori ed ai registi la classe che doveva andare in paradiso da tempo non interessa più. Rende maggiormente, anche sotto il rispettabile profilo della fama, occuparsi di crisi: non di quella economica, bensì degli adolescenti, dei quarantenni, delle famiglie di città o degli amori di provincia. Di operai parla abbastanza spesso la TV. Quasi ogni giorno ci informa che qualcuno è morto cadendo dal tetto o calandosi in una cisterna o venendo travolto da un carrello mentre lavorava sui binari. Un po’ più di rado ci informa che tot persone sono decedute perché hanno respirato amianto o altre sostanze nocive per decenni. Ma parla di questi come fossero sgradevoli eventi individuali, anziché elementi costitutivi della vita di tutti coloro che fanno parte, lo gradiscano o no, di una comunità di destino – che è il significato antico e perenne di classe sociale. Eppure gli operai sono ancora tanti. Più o meno sette milioni, circa la metà nel settore manifatturiero e gli altri sparsi tra trasporti, costruzioni, industrie della conservazione, agricoltura e servizi vari. Nemmeno in un supermercato, quintessenza del terziario, i prodotti si collocano da sé negli scaffali, né le camere si rifanno da sole in un hotel. Quel che accomuna questa massa di persone, legandole materialmente a un destino collettivo, sono una serie di situazioni che basterebbero a riempire l’agenda politica di qualsiasi forza riuscisse ancora a vederle. In termini reali, le loro retribuzioni sono quasi ferme da oltre dieci anni, ovvero sono aumentate in misura minima rispetto agli altri paesi della Ue a 15. In rapporto al Pil, hanno perso in vent’anni tra 8 e 10 punti percentuali rispetto alle rendite e altri redditi da capitale. Si tratta di decine di miliardi di euro l’anno che sono andati ad altre classi sociali. A forza di riforme del sistema previdenziale fondate, più che sui bilanci effettivi dell’Inps o sull’andamento reale del rapporto tra attivi e inattivi, sull’accusa di ostinarsi a vivere più a lungo, vanno incontro a pensioni da poveri. Non bastasse, adesso la crisi ha posto questa massa di persone, grazie anche alle riforme più che decennali del mercato del lavoro, dinanzi a un aspro scenario: molti lavoratori che contavano su un’occupazione stabile l’hanno persa o stanno per perderla. Molti disoccupati non troveranno lavoro per anni. Una quota rilevante di essi non lo troverà mai più. Le immagini degli operai che protestano, in forme nuove o tradizionali che siano, se uno guarda bene, hanno nello sfondo queste situazioni. Comuni a tutti loro. Se un politico vi dice che le classi sociali non esistono più, suggeritegli cortesemente di cambiare mestiere.

Luciano Gallino



Posted by: bluebranch1983 * alle : 11:44 * * commenti *



SUPPORT YOUR LOCAL SCENE * martedì, 24 novembre 2009 *





Posted by: bluebranch1983 * alle : 14:46 * * commenti *



R.I.P. * giovedì, 19 novembre 2009 *



CIAO JOHNNY!


Posted by: bluebranch1983 * alle : 14:14 * * commenti *



"IO, RAZZISTA FIN DAL 1921" * lunedì, 16 novembre 2009 *



Dell'Utri e Casapound Italia, nell'ultima conferenza tenuta assieme, dove il senatore del PDL veniva presentato come uno "storico", sostenevano che i "presunti" diari di Mussolini contenessero il pensiero dell'uomo politico su questione razziale, rapporti con Hitler e sorti dell' Italia. Da essi emergeva il ritratto di un Duce buono e compassionevole che si lasciava travolgere dalle vicende più che muovere da convinzioni personali. Insomma, l'idea di una persona sostanzialmente positiva e mossa da nobili ideali, che la storia dovrebbe condannare per concorso più che per responsabilita' propria in quel carnaio che fu la Seconda Guerra Mondiale.
Oggi invece arriva la notizia che stanno per essere pubblicati i diari della sua amante, Claretta Petacci. Conservati per anni negli archivi di Stato (ed oggetto di un contenzioso fra la Pubblica Amministrazione e gli eredi Petacci) essi sono attribuibili ad essa senza ombra di dubbio e danno una lettura un pò diversa di quello che e' il "Mussolini-pensiero" . Dal sito www.corriere.it prendiamo ed incolliamo di seguito gli stralci già resi pubblici, ampiamente paradigmatici del modus pensandi di un uomo che, solo in Italia, si fatica ad ascrivere tra i grandi carnefici del 900.
bluebranch1983


Le confidenze del duce a Claretta

5 gennaio 1938. Mussolini riceve l’amante a Pa­lazzo Venezia. Tenero e appassionato, ricorda la se­rata precedente. E lei riporta così le sue parole.

«Lo sai amore che ieri sera a teatro ti ho spoglia­ta tre volte almeno? Quando mi sono alzato in piedi dietro a mia moglie sentivo di prenderti. Avevo un folle desiderio di te. Mi dicevo: 'Il suo piccolo cor­po, la sua carne di cui io sono folle, domani sarà mia'. Ti vedevo, e quando sei salita su ti sei accorta che ti spogliavo. Ti guardavo, ti svestivo e ti deside­ravo come un folle. Dicevo: 'Il suo corpicino delizio­so è mio, è tutto mio. Io la prendo, vibra per me, è un tutt’uno con il mio corpo'. Vieni, ti adoro. Come puoi pensare che io, schiavo della tua carne e del tuo amore, pensi ad altre».

19 febbraio 1938 . Al monte Terminillo, Claretta amareggiata rinfaccia a Mussolini le scappatelle con altre donne. Lui si scusa.

«Sì amore, faccio male, tanto più che ti amo sem­pre di più, e sento che mi sei necessaria più di ogni cosa. Ti adoro e sono uno sciocco. Non ti devo far soffrire, anche perché questa tua sofferenza si river­sa su di me, perché io soffro di ciò che soffri» 17 luglio 1938. Mussolini e Claretta sono al ma­re, a Ostia. Lei riferisce un suo sfogo.

«Ah, questi italiani, io li conosco bene, li vedo nelle viscere. E so che sto sullo stomaco a molti. L’entusiasmo è un’apparenza. La verità è che sono stanchi di me, che li faccio marciare»
4 agosto 1938. I due amanti sono in barca. Venti giorni prima è uscito il Manifesto della razza.

«Io ero razzista dal ’21. Non so come possano pen­sare che imito Hitler, non era ancora nato. Mi fanno ridere. (...) Bisogna dare il senso della razza agli ita­liani, che non creino dei meticci, che non guastino ciò che c’è di bello in noi».

28 agosto 1938. Sono insieme sulla spiaggia. Mussolini legge, poi scatta.

«Ogni volta che ricevo il rapporto dell’Africa ho un dispiacere. Anche oggi cinque arrestati perché convivevano con le negre. (...) Ah! Questi schifosi d’italiani, distruggeranno in meno di sette anni un impero. Non hanno coscienza della razza».

1 ottobre 1938. Il Duce racconta all’amante i retroscena della conferenza di Monaco, nella quale Francia e Gran Bretagna hanno accettato le pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia.

«Le accoglienze di Monaco sono state fantasti­che, e il Führer molto simpatico. Hitler è un senti­mentalone, in fondo. Quando mi ha veduto aveva le lagrime agli occhi. Mi vuole veramente bene, mol­to. (...) Ma ha degli scatti di una violenza che solo io riuscivo a frenare. Faceva faville, fremeva, si conte­neva con sforzo. Io invece, l’imperturbabile. (...) «Ormai le democrazie devono cedere il passo al­le dittature. Noi eravamo una forza sola, avevamo un significato, rappresentavamo un’idea e un popo­lo. Lui con la camicia bruna, io in camicia nera. Lo­ro così, umiliati e soli. Ti sarebbe piaciuto davvero, essere lì a vedere. (...) «La vittoria è ormai delle dittature. Questi regimi vecchio stile non vanno più, sono creatori di disor­dine. Uno solo deve essere al timone, e comandare. Oggi la Germania è la più grande potenza del mon­do. Sono ottanta milioni di uomini che bisogna pen­sarci, prima di attaccarli. (...) Dovevi vedere con che affetto, simpatia e devozione mi hanno accolto ovunque lungo la strada. Hanno compreso anche là che l’artefice della pace, l’unico che poteva far desi­stere Hitler da qualsiasi movimento, ero io. Lo smacco della politica rossa è insormontabile. No, è falso, non abbiamo mai mangiato insieme a Dala­dier e a Chamberlain. Sempre fra nazisti e fascisti, e mi sono trovato benissimo».

8 ottobre 1938. Mussolini è indignato con Pio XI, che ha dichiarato «spiritualmente siamo tutti semiti» e chiede di riconoscere la validità dei matri­moni religiosi misti tra ebrei e cattolici.

«Tu non sai il male che fa questo papa alla Chie­sa. Mai papa fu tanto nefasto alla religione come questo. Ci sono cattolici profondi che lo ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania com­pletamente. Non ha saputo tenerla, ha sbagliato in tutto. Oggi siamo gli unici, sono l’unico a sostenere questa religione che tende a spegnersi. E lui fa cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e siamo come loro. Abbiamo lo stesso san­gue! Ah! Credi, è nefasto.

«Adesso sta facendo una campagna contraria per questa cosa dei matrimoni. Vorrei vedere che un italiano si sposasse con un negro. Abbiamo vedu­to che anche i matrimoni con i bianchi stranieri por­tano, in caso di guerra, alla disgregazione delle fa­miglie. Perché l’uno e l’altro coniuge si sentono in quell’attimo assolutamente per la propria Patria. Perché l’hanno nel sangue. Di qui naturalmente l’impossibilità d’accordo, e le famiglie a rotoli. Lui dia pure il permesso, io non darò mai il consenso. (...) Ha scontentato tutti i cattolici, fa discorsi cattivi e sciocchi. Quello dice: 'Compiangere gli ebrei', e dice: 'Io mi sento simile a loro'... È il colmo».

11 ottobre 1938. Al mare con Claretta, il Duce si scaglia contro gli ebrei.

«Questi schifosi di ebrei, bisogna che li distrug­ga tutti. Farò una strage come hanno fatto i turchi. Ho confinato 70 mila arabi, potrò confinare 50 mila ebrei. Farò un isolotto, li chiuderò tutti là dentro. (...) Sono carogne, nemici e vigliacchi. Non hanno un po’ di gratitudine, di riconoscenza, non una lette­ra di ringraziamento. La mia pietà era viltà, per lo­ro. Dicono che abbiamo bisogno di loro, dei loro denari, del loro aiuto, che se non potranno sposare le cristiane faranno cornuti i cristiani. Sono gente schifosa, mi pento di non aver pesato troppo la ma­no. Vedranno cosa saprà fare il pugno d’acciaio di Mussolini. (...) È l’ora che gli italiani sentano che non devono più essere sfruttati da questi rettili».

10 novembre 1938. Il governo approva il decreto legge sulla razza che entrerà in vigore una settima­na dopo. Benito ne parla a Claretta.

«Oggi abbiamo trattato la questione degli ebrei. Certamente sua Santità solleverà delle proteste, per­ché non riconosceremo i matrimoni misti. Se la Chiesa vorrà farne, faccia pure. Però noi, Stato, non li riconosceremo, e saranno come amanti. Di conse­guenza, nemmeno i figli. Tutti quelli che si sono fat­ti cattolici fino ad oggi, e quindi i figli, rimarranno come adesso. Dalla data stabilita in poi non si am­metteranno più. Diversamente si farebbero tutti cat­tolici pur di potersi sposare, e allora la questione della razza non avrebbe ragion d’essere. Questo il Papa non lo vuol capire, quindi faccia come crede».

16 novembre 1938. Nuovo sfogo contro Pio XI.

«Ah no! Qui il Vaticano vuole la rottura. Ed io romperò, se continuano così. Troncherò ogni rap­porto, torno indietro, distruggo il patto. Sono dei miserabili ipocriti. Ho proibito i matrimoni misti, e il papa mi chiede di far sposare un italiano con una negra. Solo perché questa è cattolica. Ah no! A co­sto di spaccare il muso a tutti».



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11/11/07 11/11/09 * martedì, 10 novembre 2009 *





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